UDC CORDENONS

RENATO APPI

Interrogazione UDC su premio Appi 2010

RENATO APPI (CORDENONS 1923-1991)

Renato Appi (Cordenons 1923-1991) è forse più noto come drammaturgo che come poeta.
In gioventù fu campione sportivo, poi partecipò alla seconda guerra mondiale combattendo in Francia dove fu fatto prigioniero e rinchiuso in un campo di concentramento. Evase ben tre volte, l'ultima con successo.
Nel 1945, al suo ritorno dalla prigionia in Germania, mette in scena il primo lavoro teatrale "Ritorno alla vita",dramma autobiografico che ripercorre gli anni della prigionia.
Negli anni seguenti vengono rappresentate dalla Compagnia Filodrammatica di Cordenons le commedie: "Dividen la proprietàt", "Na Pasca in tribunal", la commedia musicale per bambini "Sogno di uno spazzacamino" e il dramma "La casa di cartapesta", già segnalato e pubblicato dalla rivista veneziana "Teatro del giorno" che, nel 1951 pubblica pure il radiodramma "Nel roccolo", successivamente messo in onda prima da Radio Capodistria e poi da Radio Trieste.
Nel 1955 il dramma "E' poco un sole per Valschiuma" viene premiato e pubblicato dalla S.I.A. (Società Italiana Autori) di Bologna.
Nel 1957 e nel 1962 il 1° premio del concorso teatrale della Società Filologica viene assegnato ai lavori "L'ultin perdon" e "Jo e te", mentre nel 1965 "De ca e de là" e "Storis dal gno pais" ottengono rispettivamente il primo ed il terzo premio.
Nel 1974 Radio Trieste trasmette "Vere e no vere" una serie di m 12 brevi radioscene sulle superstizioni popolari, e quindi il radiodramma "Gli occhi sulla nuca", 1° classificato al concorso regionale "Candoni Teatro Orazero" di Arta Terme nel 1979.
Oltre al volume di poesie "Chel fantassùt descòls", edito dal Centro Iniziative Culturali Pordenonesi, in collaborazione con la moglie Elvia e i coniugi Adriana e Dani Pagnucco, dà alle stampe, per le edizioni Concordia Sette, "Le Piante nell'uso popolare in Friuli".  
Dal 1968 alla data odierna, sono stati stampati dieci volumi di racconti popolari e parecchi articoli sulle tradizioni popolari di svariate località sempre in collaborazione con la moglie e talvolta con altri autori.
Racconti e poesie di Renato Appi sono apparsi su "Sot la nape", "Strolic furlan", "Friuli nel mondo", "Il nuovo Belli" e "Fiore della poesia dialettale", "Agenda Friulana" e in diverse antologie.
Con la moglie Elvia figura tra i curatori dell'opera "Mangiare e Curarsi con le erbe" ideata e realizata da Gianfranco Angelico Benvenuto.
Con la moglie e con le sorelle M. e V. Carlon ha curato la ricerca "Pietà nell'arte popolare" in collaborazione con il Comune di Castelnovo de Friuli edito nel 1990.
Con la moglie, i conuigi Pagnucco e le sorelle Carlon, ha curato la ricerca "C'era una volta la pietà popolare" edito nel 1992 a cura del Centro Iniziative Culturali Pordenone e della Società Filologica Friulana con il sostegno del Rotary Club di Udine e Pordenone.
Per il complesso della sua attività nel 1968, Pordenone lo insignì del Premio San Marco e qualche anno dopo Tarcento del Premio Epifania.
Renato Appi è scomparso nel 1991. Dal sito del Comune di Castelnovo del Friuli 

 

PREMIO RENATO APPI

Il bando della 6a edizione del premio riguarda testi teatrali (commedie, radiodrammi, radioscene,
ecc.) in friulano, inediti, mai rappresentati e mai premiati o segnalati in altri concorsi similari. Scadenza 18 giugno 2010 Scarica il bando

foto ridigitalizzata da c.p.Renato Appi

PASSATO E PRESENTE NELLE PAROLE DI UN POETA (Tratto da "Cent'anni di tempolibero a Cordenons 1878 1978" di Luigi Manfrin) - Poetica e nostalgica descrizione di un passato che non esiste più.

Le strade, nel mio ricordo, sono bianche di ghiaia e di sassi. Strade in cui il riverbero estivo era attenuato dall’ombra degli ippocastani, dei pioppi, delle acace e dal tenue, ma insistente, mormorio delle acque della « Brentièla », dalle verdi prode.
S’andava per strade di terra battuta e di sassi verso campi assolati, al lavoro, in piazza, in chiesa, all’osteria e in cimitero. Per strade di sassi e di ghiaia, noi ragazzi, già scalzi dopo la prima pioggia di marzo, le gambe « rossis imbovàdis », s’andava per lumache in corse pazze per la campagna.
La primavera cantava e gli aquiloni tendevano il filo di liberi pensieri in voli tropo brevi per l’ansia della scuola. Ma in giugno un’onda dilagava in luoghi noti: « Senta », « Taèit », « Prìduni », «Rojàl», « Mulignàn »,  « Arbizuòlis », « Ciampèit », « Vincìarus », « Ciampanùoi », « Tavièla », «Ciaràndis », oggi qui domani là, ilare schiera inesausta di sensazioni.
Ed erano tempi grami, quelli: « de scarsis possànsis »! « Timps de freit, de pestarèi, de bruntulamìns de pansa, de panòlis cuòtis e polenta brustulàda: timps de caligu ». Ma chi ci pensava? Zoccoli in mano, calzoni rattoppati, « ciamèsa four, sora la màia sbradinàda » via! Chi a « ranis cul sac », chi a « legnis » o a « socs », chi a « moris » o a « spics », a « ardelùt » o «pavàri». Non mancava la scelta ed anche se la strada era spesso lunga, sempre si scioglieva in un nastro vario di giochi impensati: « cul ciavàl imbrenòus » (una canna d’india tra le gambe e al galoppo!), a portarsi, a saltarsi, in fila indiana, « cul sublòt de slavàvas », con la palla di stracci e a nidi, o a « stâ sot », per il gioco di guardie e ladri, e, in grava, a fâ « penàcius »…E strilli e canti e suon di zufoli ricorrenti in eco frizzavano l’aria dino all’imbrunire. A casa ci attendeva la magra cena. Poi, pur « cul bruntulamìnt de pansa », ancora un brillìo: l’ultimo salto, l’ultima corsa in « beòrcia » prima « de dì: note ». « Tal paiòn de sclòfis », nell’angolo della camera piena d’ombre, infine, il riposo.
Ma ancora non si dormiva. Spento il lume le finestre spalancate, d’estate, in silenzio, si tendeva l’orecchio ai rumori della notte. Fuori: il canto dei grilli, il trillo di campanello di qualche notturno passante in bicicletta, l’abbaìo dei cani, risa soffocate, giù, nella strada, rompevano l’attesa, talvolta vana, della tromba che annunciava il carretto del gelato di « Pieri Pagura » e del festoso iufi-fì dei « lupi di San Giacomo ». Che bella compagnia! Scendevano stretti, tenendosi a braccetto, vicini gli uni agli altri, in riga aperta su tutto il fronte strada. Capofila « al Msdslènu » e, a fianco, gli altri: i « Turìns », i « Viviàns », « al Vaciàr », « al Fante » e « chei del Onger »…Chi non ricorda: «Quattro cavài che tròttan sotto la timonèlla », « La bella giardiniera », « L’uccellin del bosco », «il ventinove luglio », « Mamma mia dammi cento lire che in America voglio andar »?
Cantavano a gola spiegata facendo il giro del paese. Per noi, al buio sotto le coltri e stanchi, era una ninna nanna!
Nei giorni di festa, dopo la messa, in piazza, i grandi parlavano di raccolti, di miseria e carestia. Si guardava alla Francia, al Belgio, all’America e all’Australia, lontane mete aperte, « cul Lasimpòn » a quanti, costretti, pensavano di partire.
Noi ragazzi guardavamo al campanile. Ambita meta. Ai più bravi in dottrina e a quelli che servivano la Messa l’arciprete don Alberto, « burbero-benefico » concedeva le chiavi. Dalla cella campanaria – tirate su le corde – i più bravi suonavano « in terzo » per le funzioni e per il mezzogiorno. Di lassù, frattanto, dai quattro « pargolèti » ammiravano il panorama. I meno bravi e gli ignavi, naso all’insù, li stavano a guardare. « Chi sa i Comandamenti?... e i sette vizi capitali?...»
Quanta invidia! Nel pomeriggio per la partita di calcio, s’andava in « Comina ». Pochi in bicicletta, i più a piedi – calze in tasca – scarpe e anche zoccoli, in mano – di corsa. Sempre di corsa e già stanchi i grandi rincorrevano il pallone sul campo (un prato sconfinato, delimitato da qualche ramo e da indumenti personali); noi piccini, ancor più stanchi, lo rincorrevamo quando usciva dai lati o dalle porte (quattro pertiche di « alnâr », piantate due a due in aree opposte, sormontate da un filo di spago (« spac frussìn »). Si calciava sul serio allora (come oggi del resto) e le partite finivano invariabilmente  col pallone afflosciato o calciato lontano da un giocatore esausto. Partite memorabili, queste, anche se più tardi « Squadra della morte » e « Falsìn » si ebbero in confronto ben più nutriti applausi…Dopo le loro partite il rettangolo di gioco assumeva l’aspetto di un campo arato.
Inoltre c’era il cine (Maciste e Ridolini) e, più di rado, il circo (« Pantalone », « Fiacca’ », «Bagonghi », « Polentina ») e talvolta le giostre. Per le marionette, ingresso libero, nel cortile dei «Quàs » oppur del maniscalco. Qualcuno suonava l’armonica a bocca, in attesa dei « lufs », nelle sere di quiete, ma lo spettacolo più bello, il vero, grande, inimitabile spettacolo era offerto a tutti completamente « gratis » alla vigilia di San Pietro, sagra del paese
Oltre alla cella campanaria, dal « pargolèto », su per l’erta scaletta di ferro, murata all’esterno, che porta in cima al campanile, un uomo, poco più di una pulce, lassù, quasi invisibile, portava un tricolore. Nessuno fiatava. Poi quando l’uomo fissata la bandiera scendeva, finalmente scoppiava l’urlo e lui ci salutava. Un cenno breve della mano, mezzo sorriso, fra timido e impacciato, una alzatina di spalle e via, a bersi il « suo » quartino. In cima al campanile, dopo di lui, nessuno c’è più andato. Erano tempi così! E il « quartino » non conta. Neanche per una botte, oggi, uno andrebbe lassù, con la bandiera! Ma in tempi in cui le medaglie e trofei si conquistano in una gara di bocce valuto essere pur sempre grandissima la soddisfazione di detenere da solo e unico sì ambito primato. E questo è di « Gigi Gorna ».
Dopo la scuola, o nei giorni di vacanza, quando la pioggia o il vento mulinavano a tramontana, si giocava ai bottoni, a dama, ai dadi, o all’oca, ben riparati, sul poggiolo sconnesso della vecchia casa disabitata di « Brun ». I più grandi invece, con l’aria di raccontarsi chissà quali avventure, si appartavano sul fienile a rabberciare le favolose imprese di Sandokan e Tremal Naik.
Poi, all’improvviso, scoppiava la guerra. E invano la campana ci chiamava per dottrina. Sul poggiolo di « Brun », circondato da indiani, c’era gloria per tutti.
E venne la guerra, quella vera. Dal fienile di « Brun » al poggiolo tarlato una lunga fila, lenta, si disperse.
Ora nessuno cerchi i luoghi noti, nessuno dei miei coetanei pensi ai giochi di allora, che sono morti. Sono morti i nostri vecchi e tanti amici: con « Bepi mat » e « Federicu Inviru », con «Tilu » e al « Madalènu » e « Gigi Fola » e « Pauli » e « Bepi Drigo », sono morti con noi là, oltre il recinto breve della nostra infanzia, un giorno che non ricordo.

RENATO APPI

 

ALCUNE POESIE DI RENATO APPI

Cul còur in man

Cul còur in man
iò t’ài spetàt te tornàs
dal "Lasimpòn"
ài 'sguoitàt lì cassèlis,
ài neràt l’armaròn,
come in chê uòlta...

Sensa doman
iò te savèvi, e te spetàvi!
De tant in tant
iò te sintìvi dî li’ preghieris,
come ‘na uòlta
tal timp lontàn.

La ciàsa ‘a tàs
squasi a confòndisi tal gran silènsiu
colmu de te.
tu no te sàs che no pòus vivi
se no te rivis
prest chì da me.

Con il cuore in mano

Con il cuore in mano
ho atteso che tu tornassi
dalle germanie;
ho svuotato i cassetti,
ho pulito l’armadio;
come quella volta...

Senza domani
io ti sapevo e ti aspettavo!
Di tanto in tanto
ti sentivo recitare le preghiere,
come una volta
nel tempo lontano.

La casa tace
quasi confondersi nel grande silenzio
pieno di te.
Tu non sai che non posso vivere
se non arrivi
presto da me.


Se te me spètis...


“Se te me spètis
torni!…”
al veve dit Morùt
in tal ciantòn de ciàsa,
cu’un fil de òus,
smarìt,
e dut al còur in flama
“Torni!...”

E al era zut cussì
cun dut chel fil de òus,
incuntra a un altri mondu...

a chel ciantòn de piera
l’arba ‘a è cressùda, adès.
Morùt nol è tornàt.

Se mi attendi... "


"Se mi attendi
ritorno!..”
aveva detto “Moretto”
all’angolo della casa,
con un filo veloce,
smarrito
e con il cuore in tumulto
“Ritorno!…”

E se ne era andato così,
con quel suo filo di voce,
incontro ad un altro mondo…

A quel angolo di pietra
l’erba è cresciuta, ora
“Moretto” non è tornato.

Ricuardi


Nome iò sòul suoi ca,
iò che ài vut sempri
pan e lat al bisùi
e luliànis da vendi,
iò che ài lassà i biei dìs
- dus da rimplazi –
tra i “Curièi” e i “Sedùs”
tra la “Senta” e “ciaràndis”...

Me ricuardi Anzolùt,
Ivo “Bec” e sìò fradi,
sempri ros, sbradinàs,
sempri i prins a pavàri,
o a bruscùs, o a ras’ciòs,
o a ciatâ ùa-camàra,

via cul frèit o cul ciàlt,
èlu sòul e èlu ploia,
sempri lègris compais,
sempri i ùltins a scuola.
Me ricuardi de dus…
Ma no duàr a la nuòt
se me impènsi i scolpès
ch’a mangiàvin par sena.

Ricordo


Soltanto io sono rimasto qui,
io che ho sempre avuto
pane e latte in abbondanza
e salsicce da vendere,
io che ho lasciato i biei giorni
- tutti da rimpiagnere-
tra i “Curìei” e i “Sedùs”
tra la “Senta” e i “Ciaràndis”...

Mi ricordo Angelino,
Ivo “Bec” e suo fratello
sempre laceri, sbrindellati,
sempre i primi papaveri,
o a ramoscelli, o a racimoli,
o a trovare dulcamara,

via con il freddo o con il caldo,
con il sole o con la pioggia,
sempre allegri ugualmente,
sempre ultimi a scuola.
Mi ricordo di tutti...
ma la notte non dormo
se penso ai granelli di mais
che mangiavo per cena.  

Un ciant par mê mari


Dal scùr pagàn
de sècui de miseria
patî
nol disonora!

E se un destìn caìn
al pàr ch’al ne molesti,
un coru al te esalta,
mari;
musica eterna
al ciant de l’opra viva
fata piera cun te
Mater Dei dolorosa
-agrima e sanc-
dal dì che sen nassùs

Un canto per mia madre


Dal buio pagano
di secoli di miseria
patire
non disonora!

E se un destino malvagio
sembra che ci perseguiti,
un coro ti esalta,
madre;
è musica eterna
il canto dell’opera
scolpita con te,
Mater Dei dolorosa
-lacrima e sangue-
dal giorno in cui siamo nati.  

 

INTERVISTA A RENATO APPI SULL'EMIGRAZIONE (1983) testo in pdf

 

LOCANDINE DI ALCUNE OPERE TEATRALI E FRONTESPIZI DI ALCUNE PUBBLICAZIONI

DIVIDEN LA PROPRITÀT
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Commedia in tre atti  
GRANDE SPETTACOLO DI VARIETÀ
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IL MEGLIO DI NOI
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Spettacolo in due tempi a cura di Renato Appi  
LA CASA DI CARTAPESTA
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Dramma in tre atti  
L'ULTIN PERDON
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Opera teatrale in tre atti e sei quadri  
MANIFESTAZIONE DI FRIULANITÀ
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NA PASCA IN TRIBUNAL
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seguito di "Dividen la proietàt"
Commedia in 4 atti  
NEL RIGO E FUORI DAL RIGO
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presentazione della novità musicale a cura di Renato Appi  
PIETÀ NELL'ARTE POPOLARE
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POSTA IN ARRIVO
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Novità musicale diretta da Renato Appi  
RACCONTI POPOLARI FRIULANI
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RITORNO ALLA VITA
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Teatro in italiano  
SOGNO DI UNO SPAZZACAMINO
Immagine Fotografie/Pubblicazioni/spazza1g.jpg
Commedia musicale per bambini  

Appi Elvia, Appi Renato, Sanson Umberto - Racconti popolari friulani. Zona di Mezzomonte
Società Filologica Friulana - 2004

Appi Renato - Chel fantassút descòls. Poesie e racconti friulani- Centro Iniziative Culturali - 1993

Appi Renato - Ritorno alla vita. Teatro in italiano Centro Iniziative Culturali - 1995

Appi Renato - De ca e de là. Teatro in friulano Centro Iniziative Culturali - 1995